Generazione Z: Rialziamoci!

Generazione Z: Rialziamoci!

La mancanza di significato della realtà è ciò che contraddistingue attualmente la nostra epoca. Tutti gli ideali, tutte le risposte che sono state date negli anni a tutti i dilemmi si sono rivelate false ed illusorie. L’uomo è impotente e disarmato di fronte al caos, all’assurdità dell’esistenza. Non c’è nulla di sublime che nobiliti i nostri giorni terreni. Nel contesto di questa arida verità deprimente si sviluppa la generazione Z: proprio noi, i ragazzi della rivoluzione tecnologica e i telefoni in mano, i giovani d’oggi privi di valori e sradicati dalle tradizioni, mangiati dall’indifferenza verso tutto e tutti. Quelli che preferiscono il “Netflix and chill” ad una serata con gli amici, che fanno la fila per le scarpe della Lidl, o che passano le notti insonni a vedere le litigate nei commenti sotto un post politicamente scorretto di Instagram, per farsi due risate.

Moltissime altre sono le peculiarità (e le conosciamo ormai bene) che caratterizzano i duemila, considerati banalmente pigri, blasfemi, nullafacenti e viziati. Quelli che non prendono nulla sul serio, perché tutto è un possibile meme. Qualcuno si dovrebbe però chiedere perché la noia e l’indifferenza sono i mostri che serpeggiano fra noi piccoli adulti, perché l’ansia e la depressione sono in crescita nella nostra generazione più che in qualsiasi altro periodo storico, perché ci rinchiudiamo in una dimensione esclusivamente individuale, declassando la sfera sociale e i rapporti interpersonali ad un optional rispetto al mondo del network; questo pervade ogni aspetto della nostra quotidianità e ci tiene in una zona di comfort onirico lontano dalle difficoltà materiali, come un’isola dove procrastinare, una vacanza dalla realtà.

Perché abbiamo il bisogno costante di evadere, perché la vita reale è divenuta così poco importante da essere subordinata ad un mondo consapevolmente finto?

Noi siamo cresciuti con la crisi finanziaria del 2008 e con tutte le sue conseguenze; anni in cui si è vista aumentare sproporzionalmente la disoccupazione giovanile e scarseggiare gli investimenti per la nostra formazione, mentre il nostro futuro diventava sempre più difficile da conquistare, precario e privo di garanzie. La retorica del sacrificio per il successo, della meritocrazia, della competizione era il nostro pane quotidiano: sii migliore degli altri, prevaricali e sarai ricompensato, se ti impegni abbastanza puoi vincere tutto; non si ottiene nulla senza sudare sangue, nulla ci è dovuto, tutto è da guadagnare, anche a costo del benessere psicofisico nostro e altrui. Ma nonostante tutti gli sforzi che potremmo mai fare, nonostante tutto l’impegno che potremmo mai metterci, ci ritroveremo un domani a vagare senza meta esattamente come tutti gli altri, con anni di studio alle spalle che non sono serviti a trovare uno straccio di impiego, senza tutele o aiuti dallo Stato, con una famiglia o semplicemente una casa da dover sostenere economicamente senza possibilità né mezzi alcuni di costruirsi un’esistenza stabile, serena, dignitosa e indipendente.

Tutto questo è estremamente desolante. Ma laddove sta scritto che debba essere sempre così – perché ci vediamo già condannati ad una vita che non ci piace, invece di rimboccarci le maniche e dare inizio a questo tanto desiderato cambiamento – , C’È un’alternativa alla disarmante noia, allo stress, alla più piatta quotidianità.

Il primo passo è divenire consapevoli che la concretizzazione di questa alternativa è unicamente una nostra responsabilità. Siamo noi a doverci liberare di ciò che ci opprime: se è proprio vero che nulla cade dall’alto, è giunto il momento di dare spazio e tempo a ciò che ci fa stare bene adesso. Spazio alla cultura, alla rivalutazione dei luoghi che frequentiamo ogni giorno, affinché attraverso la nostra creatività possano esprimere tutto il potenziale che celano; spazio all’educazione ed a una concreta socialità che includa soprattutto chi ne ha più bisogno, radicata nel territorio che abitiamo e su di esso costruita; spazio alla discussione di ogni genere, che sviluppi il senso critico di chi vi prende parte e allo stesso tempo lo arricchisca.

Tempo per scoprire di cosa abbiamo bisogno veramente, per la comunità e per il singolo; tempo per la condivisione di idee, desideri, sogni, passioni – tempo per progettare ciò in cui crediamo e farlo diventare reale.

Dare uno spazio ed un tempo alla condivisione di un vero benessere, costruito sui nostri desideri e le nostre esigenze: il presente in tutta la sua complessità deve tornare ad essere il protagonista delle nostre vite. Dunque, riacquistiamo quell’attitudine a superare i pericoli e le difficoltà con slancio e speranza, disseppelliamo la grinta, facciamo nostro il coraggio di diventare artefici del nostro destino. Sicuramente ci sono molte cose da correggere, ma noi abbiamo tutti i mezzi per riesumare la ricchezza della vita e condividerla con coloro che fanno più fatica a trovarla.

È un nostro diritto essere felici, basta aprire gli occhi e saper guardare, saper afferrare il bello dietro ogni cosa; vedere la rinascita dove gli altri vedono solo polvere, cogliere un’opportunità dove gli altri vedono solo decadenza – ma soprattutto coinvolgere chi ci circonda in questo spirito di scoperta, di attività invece che di passività.

Che la curiosità diventi contagiosa, che le nostre esistenze tornino ad essere un viaggio, che Ulisse prenda il posto dell’angelo custode – la nave non resti nel porto con le vele ammainate solo perché teme la tempesta.

Il nostro invito, la nostra sfida è proprio questa: in mezzo al deserto impegniamoci a piantare una foresta di nuovi valori; e che siano validi e forti, più di quelli che sono crollati sotto gli errori della storia. Non accontentiamoci del migliore dei mondi possibili, rendiamo possibile il migliore dei mondi.