SanPa: una breve riflessione

SanPa: una breve riflessione

Nelle ultime settimane si discute molto riguardo la serie televisiva documentaristica “SanPa: luci e tenebre di San Patrignano”.

La serie in questione, divisa in cinque episodi da circa un’ora, racconta le vicende della comunità di recupero di San Patrignano e della figura discutibile del suo fondatore: Vincenzo Muccioli.

La serie mette lo spettatore nella condizione di dover prendere una posizione riguardo i metodi utilizzati nella comunità, costringendolo a chiedersi: “È legittimo utilizzare qualunque metodo se l’obiettivo è fare del bene?”.

La risposta dovete darvela voi stessi e per questo ne consigliamo la visione, vista la tematica centrale della tossicodipendenza di eroina in un’Italia che seppur apparentemente molto lontana da quella attuale, è la stessa della generazione dei nostri genitori, che hanno vissuto tale dramma non da spettatori di un documentario su Netflix bensì in prima persona: un dramma visto sperimentato su amici, familiari e, in certi casi, persino su se stessi.

Nella serie viene messo in luce come una generazione la quale, se fino a poco prima era in piazza a manifestare e a far sentire la propria voce in un Paese che stava cambiando, si sentiva ora abbandonata, senza stimoli né alternative, col conseguente avvicinamento alle droghe da parte di molti giovani.

Non sono poche le colpe di uno Stato reo di aver abbandonato questi ragazzi a se stessi e di aver delegato a comunità di recupero private – quella di San Patrignano esempio più lampante – l’assistenza a tali persone; reo, fondamentalmente, di aver preferito curare i feriti piuttosto che fermare la guerra.

L’assenza di stimoli e motivazioni, la sensazione di vuoto”, portano tutt’oggi molti ragazzi a fare uso di droghe pesanti e alcol, oltre che a renderli più inclini a qualunque tipo di dipendenza, e questo paradossalmente nel tentativo di colmare la sensazione di vuoto stessa.

Anche adesso spesso – esattamente come ieri – in pochi verranno ad aiutarvi prima che siate già nell’incubo, preferendo invece “curarvi”, magari giudicando voi come ragazzi “fuori dalla retta via” e le vostre scelte di vita come errate.

Oltre alla prevenzione “istituzionale”, è necessaria anche una prevenzione che avvenga prima e nella nostra quotidianità, possibile supportandoci tra noi e condividendo esperienze, a partire anche dal gruppo di amici che si è soliti frequentare.

La cultura, lo sport e la socializzazione possono allontanarci dall’incubo della tossicodipendenza.

Leggere un libro, guardare un film al cinema con gli amici senza concludere il momento della socializzazione alla durata dello stesso, ma creando un momento di discussione e sincero scambio di idee dopo la visione, fare attività sportiva prefiggendosi sfide e obbiettivi: tutte queste piccole azioni possono colmare, oltre al tempo perso di alcune giornate, anche la sensazione di vuoto di cui si parlava prima.

Si potrebbe pensare che queste siano solo semplici parole al vento, ma prima chiedetevi se abbiate mai davvero provato a fare qualcosa di alternativo per colmare quel vuoto o la noia mortale di certi giorni, che vi abbia fatto assaporare davvero la leggerezza della vita, che vi abbia fatto sentire realizzati con voi stessi: in fondo provare non può far male di certo!