La filosofia al tempo delle tenebre

La filosofia al tempo delle tenebre

«Definire la filosofia è di per sé un problema filosofico». Per Socrate essa è “episteme”: verità che si regge in piedi sui fatti, lasciando da parte le emozioni. Per Platone è la bocca inquieta del demone erotico-sapienziale (maestra di Socrate) – Diotima. Per Aristotele è “meraviglia” (thaumazon), sbigottimento, curiosità inquieta. Ma l’unica certezza che abbiamo, è che essa nasce sempre dal dubbio. Che è, per definizione, “amore per il sapere” (filo-sofia). Amore come impulso: istinto di sopravvivenza intrinseco in ognuno di noi. In ogni bambino che, una volta acquisita la parola, inaugura la stagione dei perché.

Poi, col tempo, questi “Perché” smettono di essere pronunciati. La bocca di Diotima tace. Il bambino viene assorbito dalla Struttura che avvolge la vita e di colpo cessano le domande e proliferano solo le risposte: certezze dissipate negli alvei di un’esistenza pre-definita. Muore così il bambino dentro di noi. L’istinto si placa. Nasce l’uomo rarefatto. Ma il bambino, – come ci ricorda Nietzsche in «Così parlò Zarathustra» – , rappresenta l’ultima delle tre metamorfosi dello spirito, dal momento che egli è caos, oblio, una ruota ruotante da sola, «un nuovo inizio».

Perciò colui che nega agli altri uomini il diritto di chiedere alla vita “i perché” delle cose, non fa che negare quelle tre metamorfosi: cioè non fa altro che negare il progredire dello spirito. Non fa altro che negare, con un solo gesto, la filo-sofia. Non fa altro che uccidere il bambino che è in lui e negli altri. E chi solitamente assurge a questo ruolo (ovvero chi assurge al ruolo di negazionista del sapere), non potrà mai definirsi un filosofo (nonostante vi sia un titolo o una cattedra che lo attesti): poiché egli è in verità figlio delle tenebre.

E cosa sono le tenebre? Le tenebre sono il regno dell’oscurità che opprime la ragione. Un momento di evacuazione nebbiosa che acceca e paralizza l’uomo impedendogli di proseguire il suo viaggio alla ricerca della verità. Nell’ultima parte della sua celebre opera («Il Leviatano»), Thomas Hobbes descrive le tenebre come il momento in cui la civiltà è guidata da «una confederazione di ingannatori che, per ottenere il dominio sugli uomini nel tempo presente, si sforzano, con dottrine oscure ed erronee, di estinguere la luce […]»

E le cose, oggi, non sembrano poi così diverse: il nostro tempo presente è un tempo indubbiamente popolato da una confederazione di ingannatori e dominato da dottrine oscure esattamente come nel XVII secolo, (epoca in cui Hobbes scrisse quelle righe). Persino il potere costituito di allora (contro cui si scagliò il filosofo inglese), è, in parte, ancora lo stesso di oggi. In parte: poiché le dicotomie tra Chiesa e Università, (cioè tra scienza e religione), si sono dissolte da tempo formando un tutt’uno articolato, la cui evacuazione nebbiosa è pari o superiore alla dimensione di questi due mondi dopo la loro congiuntura catastrofica. È vero infatti, che dal 1891 in poi, l’occhio della Chiesa scruta lo Spazio cosmico attraverso la sua Specola vaticana, mentre la scienza si occupa di renderizzare le azioni dei corpi intesi come oggetti che interagiscono con altri oggetti (Hull, Tolman, Guthrie, Plank, Meyer, Skinner, Pentland): dedicando all’anima e all’evoluzione dello spirito un posto in prima fila nell’oblio.

Le tenebre odierne sono dunque il mondo prodotto e governato dal potere e dalle dottrine di questa nuova entità che potremmo chiamare Chiesa Scientifica, il cui banco di nebbia filtra, progressivamente, tutte le domande e le confutazioni fino a dissolverle del tutto. Qui, una filosofia che non sia «vana» e un filosofo degno di tale nome, deve e può, farsi spazio solo assumendo la forma primordiale del caos: (il bambino che inaugura una nuova stagione dei perché). Del cercatore di luce inteso come cercatore di verità attraverso la ragione. E “ragione” è anche questo: chiedersi cosa succede all’episteme quando i fatti che la sorreggono sono corrotti?

E visto che la crisi umanitaria in corso riproduce sugli schermi le ombre degli ingannatori, ovvero le ombre di chi si fa spazio celebrando l’insulto alla ragione, (arrivando a sollecitare il Sistema ad adoperarsi per applicare un trattamento sanitario a tutti coloro i quali osano insinuare il dubbio), è opportuno comprendere che chi vuole adempiere deontologicamente al ruolo di «cercatore», deve, prima di ogni cosa, mettere in conto il fatto che da un momento all’altro potrebbe inaugurarsi la stagione dei roghi: giacché storicamente, la filosofia, produce idee che bruciano come combustibile. E d’altronde le parole di Giorgio Agamben in «La medicina come religione» ci suggeriscono che questo sentore aleggia già come un’inquietudine tra i pensieri dei filosofi:

«Com’è avvenuto più volte nel corso della storia, i filosofi dovranno nuovamente entrare in conflitto con la religione, che non è più il cristianesimo, ma la scienza o quella parte di essa che ha assunto la forma di una religione. Non so se torneranno ad accendersi i roghi e dei libri verranno messi all’indice, ma certo il pensiero di coloro che continuano a cercare la verità e rifiutano la menzogna dominante sarà, come già sta accadendo sotto i nostri occhi, escluso e accusato di diffondere notizie (notizie, non idee, poiché la notizia è più importante della realtà!) false. Come in tutti i momenti di emergenza, vera o simulata, si vedranno nuovamente gli ignoranti calunniare i filosofi e le canaglie cercare di trarre profitto dalle sciagure che esse stesse hanno provocato. Tutto questo è già avvenuto e continuerà a avvenire, ma coloro che testimoniano per la verità non cesseranno di farlo, perché nessuno può testimoniare per il testimone»