Il modello del <i>formaggio svizzero</i>, per una gestione più efficiente del Virus

Il modello del formaggio svizzero, per una gestione più efficiente del Virus

Nel 2000, lo psicologo James T Reason ha presentato il Modello del formaggio svizzero per illustrare un’efficiente gestione del rischio e dell’errore[1]. Il modello riconosceva l’esistenza della fallibilità umana e individuava due approcci: l’approccio focalizzato sulla persona, che tende a concentrarsi sugli errori individuali, e l’approccio di sistema, che invece cerca di creare una condizione in cui ciascun individuo opera nel costruire difese che mitighino gli effetti degli errori individuali.

Lo scopo della sicurezza non è tanto prevenire i singoli errori, umani o tecnici, quanto creare un sistema il più robusto possibile di fronte ai rischi umani e operativi.”

Vent’anni dopo, in piena pandemia, il virologo Ian Mackay ha modificato il modello del formaggio svizzero per spiegare come possiamo contenere al meglio l’epidemia di SARS-CoV-2[2].

Per difenderci dalla diffusione del virus abbiamo diverse pratiche, indicate ciascuna da una fetta di formaggio svizzero (quello con i buchi per intenderci). Alcune pratiche sono responsabilità personali (mantenere la distanza fisica, indossare la mascherina, mantenere una buona igiene delle mani, non toccarsi la faccia etc) mentre altre sono responsabilità condivise (un sistema efficiente di tracciamento e isolamento, arieggiare le stanze, filtrare l’aria, mettere in quarantena i positivi etc).

Ogni pratica ha un certo grado di efficienza nel fermare il virus ma ha anche dei limiti, rappresentati dai buchi nel formaggio.

Se usiamo le fette di formaggio per fare strati, è probabile che una delle fette di formaggio metta una toppa al buco della fetta precedente.

“Ogni strato ha imperfezioni, strati multipli aumentano il successo”.

Questo modello spiega perché è sbagliato giudicare l’efficienza di una misura sulla base dei limiti delle altre misure in atto. Se iniziamo a togliere strati perché “Lo strato precedente ha un buco quindi il mio impegno è inutile”, si risulterà solo in minor protezione.

Per fare un esempio pratico, un focolaio in una scuola può portare alla quarantena della classe in attesa dell’esito del tampone. Questa pratica è una fetta di formaggio che blocca un’ulteriore propagazione del virus all’interno della classe. Ma esiste un buco in questa fetta, ovvero la possibilità che un bambino abbia già passato l’infezione ai genitori. Idealmente i genitori dovrebbero essere in isolamento fino all’esito del tampone dei figli ma ciò comporta immaginabili problemi economici. Come fare quindi per evitare che il virus passi tramite questo buco? Si aggiunge una seconda fetta, che consiste nel telelavoro. Ogni datore di lavoro deve porre i propri dipendenti nella condizione di lavorare da casa il più possibile. Questa fetta di formaggio impedirà al virus di propagarsi nell’ambiente di lavoro del genitore che non sa di essere infetto. Ma anche questa fetta di formaggio ha un buco, ovvero il fatto che non tutti i lavori possono essere svolti in telelavoro. A questo punto sta alla responsabilità personale inserire una nuova fetta di formaggio, ovvero ridurre il più possibile i contatti sul posto di lavoro (ad esempio farsi spostare momentaneamente su mansioni che non richiedono interazioni), curare l’igiene, indossare sempre la mascherina e via dicendo.

Nessuna soluzione è perfetta ma se si inseriscono altre azioni preventive si aumenta la possibilità di fermare la catena del contagio. Alcune misure verranno imposte per legge, altre possiamo inserirle noi con il nostro senso di responsabilità.

[1] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1117770/

[2] https://twitter.com/MackayIM/status/1319901144836026368?s=20