Filmare una donna in fiamme è la più grande sconfitta umana

Filmare una donna in fiamme è la più grande sconfitta umana

Lo scorso 2 di Agosto, circa una settimana fa, a Crema, una donnasi è cosparsa di liquido infiammabile e si è data fuocoprima delle 13 in un campo vicino a un ristorante. Un passante è sceso dalla macchina e ha cercato di spegnere le fiamme con un asciugamano, ma per la donna non c’è stato nulla da fare. Nel frattempo circa una ventina di persone, invece di prestare soccorso, hanno filmato la scena con lo smartphone.

È la sindaca di Crema, Stefania Bonaldi, a riportare la vicenda su Facebook, avvisata dall’uomo che ha tentato di intervenire. Il commento della Bonaldi pone un fondamentale interrogativo finale “Comprendo che non tutti possano avere il sangue freddo e la prontezza per intervenire quando una persona si dà fuoco. Si può rimanere gelati dallo shock di quanto sta accadendo. Ma se gli spettatori di questa tragedia hanno avuto la freddezza di prendere il telefonino ed immortalare la scena, anziché correre in aiuto o chiamare i soccorsi, allora dobbiamo farci delle domande. Serie e molto, molto urgenti. Cosa siamo diventati?”.

L’interrogativo: “Cosa siamo diventati?” sorge spontaneo a seguito di una prima lettura della notizia. Una tragica vicenda che merita una profonda riflessione sulla contemporanea condizione sociale. Un evento, l’ennesimo, che mette al centro il tema della deumanizzazione e manifesta la collettiva e costante ricerca dell’umiliazione, perfino in circostanze atroci.

Nell’episodio di Crema, nello specifico, non avviene nulla di cosi eccezionale. E altrove, probabilmente, sarebbe andata allo stesso modo. Molti testimoni oculari di un fatto, inebetiti, senza alcuna spinta morale alla responsabilità. Spettatori di una straziante agonia, dietro ad uno schermo, come se stessero osservando il fatto dall’altra parte del mondo, quando invece allungando semplicemente una mano, con un minimo di umanità, avrebbero potuto cambiare l’esistenza di una donna.

Ci ritroviamo di fronte ad un caso dove la realtà supera, tragicamente, l’immaginazione. Quasi come fosse una puntata di Black Mirror (Serie Tv). Una donna agonizzante ed un’orda di figure atte esclusivamente ad osservare. Molto simili a degli zombie, inadatti all’azione e all’empatia, volti esclusivamente a riprendere ciò che accade attraverso i propri dispositivi telefonici.

Il “pubblico” placa la propria sete interiore per la sofferenza e per l’altrui umiliazione. Ma che specialmente, nello specifico, risponde alla necessità di dimostrare la propria partecipazione agli eventi. Il pubblico non siamo altro che noi ogni qual volta che, aprendo i Social durante un incidente, una catastrofe, un evento inaspettato o una cena tra amici, registriamo il tutto diventando spettatori indolenti e disinteressati di un macabro spettacolo. Il nostro voler essere (lì) e primariamente il volerlo dimostrare affievolisce man mano il potere delle fotografie di raccontare una storia.

Siamo pervasi da immagini e fotografie, ne siamo cosi saturi da essere diventati osservatori passivi, senza mai osservarle con la dovuta attenzione né con il dovuto spirito critico. L’uomo moderno si è trasformato in un funzionario degli apparati tecnici, non è solamente dominato da essi ma lavora inconsciamente e costantemente per il loro progresso. La tecnologia non può più essere definita “buona o cattiva” in base all’uso personale che se ne fa. Questa realtà non può tradursi con la parola “progresso”, ma con il termine Sviluppo. Vocaboli con significati ben differenti.

Riprendere e guardare dallo schermo dello smartphone il concerto per cui si è pagato il biglietto, le costanti e invariabili “storie” pubblicate quotidianamente come a documentare un nostro archivio personale (non richiesto da nessuno), gli occhi continuamente puntati sulle esistenze altrui, estraendo dalla tasca, come fosse un revolver, la nostra nuova e vitale articolazione, il cellulare. Pronto a sparare sulla nostra sensibilità più profonda, non più capace di cogliere la bellezza che spesso si trova nelle piccole cose. Uno strumento, non più considerato tale, capace si di connetterci al mondo, ma colpevole della quasi totale mancanza di intimità ed empatia. Un dannato macchinario atto a foraggiare il nostro ego, anonimo organizzatore dell’eterna fiera della vanità.

La mancanza di umanità, di altruismo, il totale disinteresse alla vita altrui, rappresentano un macabro strascico della socialità contemporanea. Dominata da tutt’altra tendenza, marcata in determinati soggetti, ala completa umiliazione dell’altro. Andrebbe rimesso al centro il ruolo dell’empatia nella collettività e la fondamentale importanza del suo utilizzo all’interno di una società contemporanea che è caratterizzata da una grande confusione morale, dall’avvento della globalizzazione, dalla crisi finanziaria, dall’introduzione delle nuove tecnologie, dal cambiamento climatico, dalle guerre e dai conflitti mai risolti. Le leggi di comportamento, scritte e non, dovrebbero regolarci e facilitarci il processo d’avvicinamento al genere umano; abbiamo al contrario imboccato una direzione fortemente individualista, che ci porta ad avere delle serie difficoltà relazionali, dei comportamenti di chiusura all’indifferenza. È una dote umana che, come ogni sensibilità, va esercitata meticolosamente, tenendola a mente come costante fronte di lavoro su se stessi, strumento che permette una comprensione superiore dell’altro e quindi un riassorbimento naturale di ogni conflitto, di ogni negatività relazionale, e che amplifica quasi sonoramente ogni gioia ed ogni positività.