Perché il complottismo ci affascina?

Perché il complottismo ci affascina?

Dinanzi agli avvenimenti tragici della storia come le pandemie, gli uomini hanno spesso avvertito la necessità di addossare a qualcuno la responsabilità dell’accaduto, a prescindere dalla fondatezza delle accuse in questione. Già durante la peste nera del 1348 gli ebrei vennero accusati di avvelenare i pozzi diffondendo la malattia, così come la ricerca degli untori nella Milano seicentesca ci è ricordata nella manzoniana Storia della colonna infame. Date queste premesse, potrebbe venir naturale guardare ai moderni complottisti come eredi a noi più vicini di questa triste, ma fisiologica, predisposizione umana.

In realtà il complottismo attuale presenta delle specificità sulle quali può essere utile ragionare per provare ad avere una visione più completa dello stato di salute del senso comune, oggi, anche in paesi come l’Italia. Proseguiamo con calma. Il fenomeno del complottismo contemporaneo viene spesso letto come manifestazione dell’analfabetismo funzionale, o come problema politico nell’ambito della manipolazione del consenso (si ricordi lo scandalo Cambridge Analytica). C’è una prospettiva ulteriore, però, che ci permette di guardare al complottismo come manifestazione di una profonda sfiducia che molte persone nutrono sull’efficacia delle proprie azioni. Cerchiamo di capire perché.

Ogni persona nella sua vita incontra dei fallimenti. Alcune persone sono portate a cercare nelle proprie azioni, nei propri errori, in sé stessi, le cause del determinato fallimento. Altre persone invece tendono a ricercare fuori di sé l’origine del fallimento, addossandone le colpe al contesto socioculturale, alle circostanze, ai fattori più disparati. Questa diversa attitudine, a ricercare le cause del proprio successo o del proprio fallimento in sé stessi o al di fuori di sé, è legata al senso di efficacia delle proprie azioni e in psicologia viene definito Locus of control, un concetto sviluppato da Julian B. Rotter.

Agire in maniera efficace presuppone pensare che le nostre azioni abbiano degli effetti sul contesto in cui agiamo. Di conseguenza, agire in maniera efficace comporta sentirsi moralmente responsabili degli effetti che le nostre opere hanno sul mondo. È interessante notare è che lo stesso Rotter abbia contribuito allo sviluppo della cosiddetta teoria dell’apprendimento sociale. Cerchiamo di fare ordine. Semplificando, è possibile formulare il nocciolo della questione nei seguenti termini: noi non apprendiamo mai delle nozioni in maniera asettica, ma impariamo sempre all’interno di un contesto sociale. Calando poi il nostro ragionamento nel campo morale (pur nelle diverse accezioni che la morale ha assunto nel corso del tempo) possiamo dire che noi apprendiamo ad agire in maniera efficace (e quindi moralmente responsabile) perché possiamo osservare direttamente le conseguenze delle azioni nostre e dei nostri modelli. Può essere utile ricorrere a un esempio pratico. Immaginiamo di vivere all’interno di una piccola comunità e di dover acquistare un determinato bene, un tavolo ad esempio. Immaginiamo che nella nostra comunità ci siano due falegnami: uno onesto che paga bene gli operai, mentre l’altro, disonesto, li sfrutta e li maltratta. Immaginiamo anche che questa differenza sia conosciuta a tutti i membri della nostra comunità ideale. Qualora comperassimo il tavolo dal falegname disonesto ci sentiremmo corresponsabili delle sue malefatte, perché capiremmo di stare avallando, con il nostro acquisto, un comportamento ingiusto. Ora, immaginiamo che la nostra comunità si ingrandisca sempre di più, fino al punto di non aver nessun rapporto diretto coi falegnami di prima. Per acquistare il tavolo adesso dovremmo aver a che fare anche con i rivenditori e con i trasportatori. Ipotizziamo che per rigore morale noi vogliamo ancora acquistare il tavolo prodotto dal falegname che sappiamo essere onesto. Veniamo però a sapere che i prodotti del falegname onesto vengono trasportati da una ditta che non paga equamente gli operai e che il rivenditore di zona evade le tasse. Adesso comprando il tavolo dal falegname onesto finiremmo per avallare un comportamento meritorio, ma ne incentiveremmo due esecrabili. Questa situazione, descritta in maniera volutamente semplicistica, è quella che inconsapevolmente, ma quotidianamente, sperimentiamo ad esempio attraverso gli acquisti online, e può condurre a quella condizione di «ipertrofia della responsabilità» che annienta la nostra possibilità di sentire che stiamo agendo in maniera responsabile, infatti: «se la moralità dei miei atti non dipende da me, allora non fanno differenza né il modo in cui agisco, né gli atti che compio».1 Se non siamo in grado di agire in maniera morale, non solo non siamo responsabili delle nostre azioni, ma finiremo per considerare inutile ogni nostro atto. Vivere in un contesto globale, in cui ogni nostro gesto può avere delle conseguenze difficilmente prevedibili, può comportare delle modifiche a quello che in precedenza abbiamo descritto come Locus of control: se non possiamo vedere gli effetti delle nostre azioni, significa che non abbiamo modo di intervenire sul corso delle cose. Significa che le nostre azioni sono inutili.

Aggiungiamo adesso al senso di inettitudine derivante dall’ipertrofia della responsabilità anche l’ipertrofia della passività potenziale e vedremo come il quadro generale apparirà più coerente. Per ipertrofia della passività potenziale intendiamo il principio opposto, ma complementare, a quanto detto in precedenza: la consapevolezza che la nostra vita può essere sconvolta dalle azioni di persone che probabilmente non incontreremo mai, ma che, ciò nondimeno, possono influire sulla nostra esistenza.

Quanto appena detto è divenuto brutalmente evidente ad esempio a causa della COVID-19. L’essere umano si percepisce dunque incapace di agire moralmente in un mondo troppo grande per la sua capacità di previsione e, allo stesso tempo, si scopre esposto a minacce che non hanno una forma ben delineata e conosciuta dalla quale è possibile difendersi. Le varie teorie del complotto (con le relative scale di inverosimiglianza) appaiono come la cartina di tornasole della crisi contemporanea del senso comune. In un contesto storico che velocemente ha unito tutto il mondo in nessi di causa-effetto non sempre immediatamente percepibili e spesso disorientanti, l’essere umano ha bisogno di affermare la propria centralità. Urlare che è colpa “dei poteri forti”, addossare a chi detiene le redini del potere (occulto) la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo, costituisce un disperato e ingenuo tentativo di agire da parte di quell’umanità che, confusa e disorientata, si ritrova a vivere in un mondo che si è mostrato, senza preavviso, troppo grande e complesso.

1 G. Samek Lodovici, L’utilità del bene: Jeremy Bentham, l’utilitarismo e il consequenzialismo, Vita e Pensiero, Milano, 2004, p.191.