La questione della violenza verbale online

La questione della violenza verbale online

I Social Network sono oramai divenuti un vero e proprio mezzo di comunicazione di massa, superando di gran lunga diversi media presenti da molto più tempo. Fino a poche decadi fa la comunicazione interpersonale avveniva quasi totalmente in maniera fisica e diretta, eccezionalmente per corrispondenza. Oggi tutto è cambiato, per giunta con una velocità sconvolgente, la maggioranza delle nostre interazioni sociali avvengono negli “Ambienti digitali”, rappresentati dai social Network (come Facebook, Twitter, instagram ecc…), dalla messaggistica istantanea (Whatsapp, Messenger…), dalle e-mail o dalle applicazioni di video-chiamata (come Skype o Zoom), ultimamente sempre più utilizzate per via della pandemia di CoronaVirus.

Non sono solamente mutati i mezzi di comunicazione, molto è cambiato anche nella nostra quotidianità. Che la vita moderna sia frenetica e che il tempo trascorso a contatto diretto con il partner, gli amici e i familiari sia sempre meno non è una rivelazione sconvolgente, di molto invece sono aumentati i minuti giornalieri trascorsi negli ambienti digitali, mutando di conseguenza anche il luogo del dialogo e delle discussioni. Sarebbe tutto meraviglioso se, in queste nuove piattaforme, vigessero discussioni costruttive con toni umani e cordiali, ma sfortunatamente ciò non sempre avviene, anzi.

Tutti noi frequentatori di Social Network ci saremo imbattuti almeno una volta in qualche conversazione online sfociata in un litigio o in un’aspra polemica, magari anche animata. L’alterco è, però, sempre sterile per via del mancato confronto di pensieri, quando lo scambio di opinioni non avviene il discorso diventa fine a se stesso, si trasforma in uno sfogo personale, magari nel tentativo di proteggere le proprie convinzioni dalla (sana) minaccia del dubbio. “Minaccia” favorita poi dalla diversità che caratterizza il web, una diversità culturale, sociale, politica o religiosa molto diffusa e con la quale dobbiamo saper convivere per poter crescere personalmente. La maggior parte delle volte, il livello dell’incomprensione non è tanto nei contenuti in sé ma nelle differenze tra i modi di intendere la realtà degli interlocutori coinvolti.

Le persone in generale non percepiscono un testo scritto oltre il significato letterale delle prime parole. Questo comporta infinite incomprensioni quando si scrive per comunicare e confrontarsi.

Cercare di comprendere il meccanismo che sta dietro all’odio riversato online fa parte di un processo di analisi differente, complesso e profondo. Sicuramente il litigio online è un importante segnale di cosa accade nella nostra interiorità, un racconto di noi stessi. Litighiamo perché ci manca qualcosa. Litighiamo quando vogliamo ottenere dall’online ciò che l’online non può darci. Insomma, un’arena di confronto con noi stessi ed il mondo non regolamentata. Nessuno ci costringe, sui social ci muoviamo liberamente e liberamente decidiamo di esprimerci. Eppure, spesso, sono proprio le recriminazioni, le denunce di inammissibilità, le razioni a qualche presunta “aggressione” dovuta alle idee di un altro, le principali espressioni di dissenso che fanno nascere i litigi.

La questione di tali esplosioni di odio e di aggressività che si sperimenta sulle piattaforme social è con il tempo divenuta materia di studio e di confronto. La diffusione di queste modalità comunicative rozze e violente ha ricadute profonde e misurabili sul livello di fiducia interpersonale e sul benessere individuale che riportano coloro che ne sono, in qualche modo, vittime o anche solo spettatori incolpevoli.

Alla base della questione sta la mancanza di consapevolezza, una consapevolezza che determini un uso corretto ed efficace degli strumenti comunicativi digitali, i quali andrebbero riconsiderati e promossi come luogo di riflessione, rispetto e informazione.

Ricordiamo che quando discutiamo sui social, non sono semplicemente gli interlocutori in questione a discutere, ma vi è un infinito numero di lettori più o meno taciturni che seguono i nostri dissensi. Ricordandoci che online equivale a “in pubblico” e che una corretta comunicazione, un modo corretto di dissentire, di esprimere le proprie opinioni differenti è alla base di un modo civile e maturo di stare tra e con gli altri, potremo sicuramente evitare derive violente e conflittuali, aumentando la qualità e l’umanità del discorso. Se il Web è luogo e non un semplice mezzo, esso può essere paragonato alla vita: non si educa a vivere bene solo a parole, o a colpi di regole, serve soprattutto l’esempio.

La prospettiva deve essere quella di mettere al centro la persona, che deve essere ascoltata, valorizzata e posta come fulcro di ogni scambio comunicativo. Senza però cadere in un velato paternalismo, non prendendo sul serio i suoi argomenti. Gli argomenti, appunto, sono la parte più importante di un dialogo, ciascuno di noi è ciò che dice e sostiene, online noi siamo i nostri argomenti. Mettendo al centro della discussione la persona significa quindi mettere al centro il suo argomento, prendere il più seriamente e più completamente possibile ciò che scrive, cercando di capirlo fino in fondo. Tutte le altre mosse sono in realtà minacce alla centralità dell’altro, ciascuno online è ciò che sostiene in quel momento e non vuole altro che essere preso in considerazione per ciò che sta dicendo.

Per tale motivo andrebbe svolto un lungo ed ampio percorso sociale educativo atto ad un Umanizzazione delle interazioni online, ridando importanza dell’empatia e al dialogo, non dimenticando che quando si scambiano opinioni sui social dall’altra parte dello schermo c’è sempre una persona in carne ed ossa, capace di provare emozioni. La messa al centro dell’argomento richiede un impegno a tornare sempre al merito della questione ogni qualvolta la discussione tenda a sfociare sul personale: da questo punto di vista “l’argomento al centro” va visto anche come strategia d’azione di recupero e ripristino in caso di scambi deragliati.

In conclusione, mettere l’argomento al centro degli scambi online significa fare un bene concreto alle persone molto più di quanto non lo si faccia mettendole genericamente al centro, cosi facendo la discussione, indifferentemente da dove viene svolta, può trasformarsi in un momento di riflessione e formazione.