L'arte contro il razzismo: il caso di Cristiano Carotti

L'arte contro il razzismo: il caso di Cristiano Carotti

Il razzismo è purtroppo una piaga ancora presente nella nostra società. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è il caso della morte dell’afroamericano George Floyd per mano di un’agente di polizia. Dopo quest’ultimo avvenimento, moltissimi americani sono scesi in piazza al grido “Black Lives Matter” chiedendo giustizia per la morte di Floyd. Anche da altri paesi, tra cui l’Italia, è arrivato un sentito sostegno ai manifestanti che da settimane protestano contro i soprusi razzisti e la stessa politica sovranista Trumpiana. Da queste rimostranze, che molto spesso sfociano in vere e proprie critiche verso l’America e la sua società, sorgono spontaneamente due domande.

Anche l’Italia soffre degli stessi mali morali Americani? La nostra classe politica dimostra maggiore umanità rispetto a quella Statunitense?

Cristiano Carotti (Roma, 1981), risponde a queste domande mostrandoci come purtroppo anche noi italiani abbiamo dimostrato il peggio di noi in moltissime occasioni. L’artista romano è diventato famoso con la mostra “Stessa Spiaggia, Stesso Mare”, promossa dalla White Noise Gallery di Roma. L’esposizione voleva mettere in luce la condizione di questi migranti, che dopo un viaggio faticoso e pieno di pericoli, approdano nel vecchio continente sperando in una nuova vita; ma trovando solamente muri e razzismo. Proprio in questo periodo di grande cambiamento e di lotte per i diritti civili, è importante ripercorrere questa mostra e i suoi ideali. Così da evitare di ripetere gli stessi errori del passato.

La prima opera che bisogna trattare, e che è diventato il simbolo di questa mostra, è il famoso “Pedalò Armato” (immagine in evidenza). Questa installazione nasce, nella mente dell’artista, dopo aver sentito un discorso dell’ex-ministro dell’interno Matteo Salvini. L’esponente della Lega, nel corso del 2018 aveva fatto un lungo discorso in cui si impegnava a proteggere gli italiani ,e le loro ferie, dallo spettro dei migranti che approdavano sulle coste siciliane. Il suo monologo, carico di astio nei confronti di queste persone, si concludeva con la frase ormai diventata celebre: “La pacchia è finita”.

Da questo comizio, moltissime persone che si sentivano rappresentate da queste parole, hanno iniziato a riversare il loro odio sui social con commenti del tipo “Bisogna affondarli quei barconi!” o l’immancabile “Rimandiamoli a casa loro!”. Al susseguirsi di tali abominevoli frasi, Carotti ha deciso di creare uno strumento che potesse mettere in pratica la loro mostruosità. Ha quindi creato questo pedalò armato per permettere a tutti di prendersi le proprie responsabilità e di premere personalmente il grilletto.

L’installazione è stata ovviamente il bersaglio di numerose critiche, ma ha ottenuto il proprio scopo: quello di mettere le persone davanti al loro odio.

Anche l’installazione “Scilla” (immagine al seguito), composta da diciotto teste di lupo, vuole evidenziare la condizione dei migranti che approdano in Italia e in Europa. L’opera, che rappresenta il mostro affrontato da Odisseo nello stretto di Messina, vuole creare un paragone tra il naufrago per eccellenza e i migranti, che dopo aver affrontato un viaggio pericoloso devono scontrarsi con i mostri dell’odio, dell’indifferenza e della paura.

Stessa Spiaggia, Stesso Mare” ha scatenato moltissime critiche, dove si condannava l’artista per le idee espresse. Idee che volevano solamente mettere tutti noi davanti al proprio odio e diffidenza nei confronti di queste persone. Speriamo che queste proteste non cadano nel vuoto e che segnino l’inizio di un grande cambiamento, non solo negli Stati Uniti, ma anche nel nostro paese.

Questo perché il colore della pelle è ancora un limite invalicabile.