Le virtù del fallimento

Le virtù del fallimento

La parola Successo deriva dal latino “Succèssus”, participio passato del verbo Succedere, ovvero venire dopo. Risultato a un’azione. Il successo è quindi il risultato di un’azione che crea delle conseguenze, che fa accadere qualcosa. L’insuccesso, di conseguenza, rappresenta la situazione in cui non accade niente perché non si è fatto nulla.

Potrei menzionare esempi illustri, metafore, citazioni ad effetto, ma la sostanza del concetto è davvero di semplice comprensione, anche se vi suonerà strana. Il fallimento non è altro che una tappa, una magari delle tante tappe di un percorso. Il fallimento in se, come viene percepito dalla società, non esiste. Esiste piuttosto il risultato di una scelta, di un’azione. Può essere meglio definito come un Feedback per ripensare a ciò che si vuole davvero e a come raggiungerlo. A volte può dare esito positivo alla prima tappa, altre volte potrebbe servire più tempo, più tentativi, affinché si concretizzi. Ma resta un’esperienza formativa fondamentale per l’accrescimento del proprio essere.

Affinché sia possibile analizzare l’episodio in maniera razionale occorre evitare di caricarlo di ulteriori significati, questione molto complessa.

Soprattutto in una società che attribuisce un grande valore al successo diventa complicato perfino discutere del fallimento e degli stati d’animo ad esso associati, perché in qualche modo esso si traduce in debolezza personale o vulnerabilità. In un’epoca fortemente concentrata sul concetto del “tutto e subito”, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, sembra essere diventato intollerabile anche soltanto pronunciare senza riserve la parola fallimento (spesso poi erroneamente ricollegata all’aggettivo “Fallito”). In un mondo in cui l’approvazione sociale supera di gran lunga per importanza la ricerca delle proprie virtù, del proprio essere, mettendo in evidenza una forte insicurezza e trasformando gli attuali strumenti di connessione sociale (Social Network) in semplici vetrine digitali con contatori di gradimento.

In questo ecosistema vivere a pieno le proprie scelte diventa complesso, anticonvenzionale.

Aver fallito non significa assolutamente essere dei “falliti”. Il valore di una persona non dipende dai risultati che essa ottiene. Ogni scelta non deve assumere un valore esistenziale, sarebbe dannoso sia per l’obbiettivo che per il soggetto stesso. Il “non sono capace” è un semplicissimo sinonimo di paura, la stessa paura del fallimento che solitamente porta le persone ad evitare i rischi, le scelte.

Il fallimento andrebbe considerato come un maestro di vita, perché ci insegna, se vissuto correttamente, a conoscere noi stessi. Ci rende consapevoli delle nostre scelte, delle nostre convinzioni, dei nostri limiti. Accettare il fallimento richiede però una grande dose di umiltà, riflettere sui propri errori significa lavorare soprattutto sulla propria consapevolezza.

Rieducare al fallimento significa affermare il valore della responsabilità personale e dare importanza allo sforzo e alla fatica necessaria al raggiungimento di un dato obbiettivo.

Credere che il successo sia un proposito che arriva all’improvviso, e non che sia il frutto della perseveranza e del sacrificio, condiziona profondamente i nostri comportamenti.

Successo e fallimento non sono altro che due facce imprescindibili della stessa medaglia.